Fonte Wikipedia
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John Edward Mack (New York, 10 aprile 1929 – Londra, 27 settembre 2004) è stato uno psichiatra e saggista statunitense.

John E. Mack era uno psichiatra statunitense, scrittore, e professore della Harvard Medical School. Ha ricevuto il Premio Pulitzer per le biografie, e progressivamente è diventato una delle maggiori autorità sugli effetti spirituali e/o comportamentali su alcuni pazienti che sostengono di aver subito esperienze di rapimento alieno.

 

Fenomeno delle abduction

 

Questo tema delle percezioni personali viene portato ad un estremo controverso negli anni novanta quando Mack inizia uno studio pluri-decennale su 200 donne e uomini che riferivano esperienze di abduction da parte di supposte creature aliene. Questo incontri sono stati riferiti almeno sin dagli anni cinquanta (la prima storia riferita da Antonio Villas Boas), che hanno ricevuto un'attenzione dal mondo accademico, ad esempio da specialisti come il Dr. R. Leo Sprinkle, tra i primi ad occuparsi di questi studi negli anni sessanta. John Edward Mack, rimane comunque la più stimata autorità accademica che abbia studiato questa faccenda.

All'inizio Mack sospettava che quelle persone soffrissero di qualche disturbo mentale, ma dopo un attento esame, si rese contro che nessuna patologia ovvia era presente nelle persone che intervistava, aumentando ulteriormente il suo interesse. Seguendo l'incoraggiamento del suo amico di vecchia data Thomas Kuhn, che prediceva che l'argomento poteva destare molte controversie, ma che si poteva portare avanti l'indagine se Mack si limitava a raccogliere i dati e ad ignorare le prevalenti interpretazioni materialistiche, dualiste e l'analisi basata sul distinguo "è questo oppure è quello" ("either/or" analysis), Mack cominciò ad organizzare studi e interviste. Molti tra i pazienti da lui intervistati riferirono che i loro incontri avevano cambiato il modo di rapportarsi al mondo, che includeva il sentirsi in un elevato sentimento di spiritualità e di preoccupazione ambientalista.

Mack era piuttosto guardingo nelle sue investigazioni e interpretazioni del fenomeno delle abduction rispetto ai primi ricercatori che si occuparono della materia. Il professore di letteratura Terry Matheson scriveva che "Tutto sommato, Mack presenta il resoconto più ragionevole che si possa trovare al momento, almeno mentre questi racconti di abduction procedevano." (Matheson, 251) In un'intervista senza data, il Dr. Jeffrey Mishlove dichiarò che Mack sembrava "propenso a dare a questi rapporti di [abduction] un qualche valore". Mack replicò dicendo:

« Face value I wouldn't say. I take them seriously. I don't have a way to account for them. »

(John Edward Mack

« Io non direi di dargli un valore facciale. Io li prendo seriamente. Non ho alcun mezzo per poterli valutare accuratamente. »

(John Edward Mack

In modo simile, la BBC disse che John Mack aveva affermato:

« I would never say, yes, there are aliens taking people. [But] I would say there is a compelling powerful phenomenon here that I can't account for in any other way, that's mysterious. Yet I can't know what it is but it seems to me that it invites a deeper, further inquiry. »

(John Edward Mack[4])

« Io non direi mai, si, vi sono alieni che sequestrano la gente. [Ma] Io direi che qui c'è un interessante e potente fenomeno, che non posso spiegare in altro modo, che è misterioso. Si, Io non posso sapere di cosa si tratta esattamente ma mi sembra che meriti un'inchiesta ulteriore più approfondita. »

(John Edward Mack[4])

Mack faceva notare che esiste una storia mondiale di esperienze visionarie, specialmente nelle società pre-industriali. Un esempio è la ricerca di visioni mistiche comune a molte culture dei nativi americani. Mack mette in rilievo che soltanto recentemente nella cultura occidentale, questi eventi visionari o di estasi sono stati interpretati come aberrazioni o addirittura come malattia mentale. Mack suggerisce che i racconti di abduction possano essere inquadrati meglio come parte della più vasta e antica tradizione delle esperienze di incontro con santi (nella tradizione cristiana) o con divinità (nella tradizione dei pagani).

Il suo interesse negli aspetti spirituali o trasformazionali degli incontri delle persone con alieni, e la sua proposta che l'esperienza di contatto alieno possa essere in sé più trascendente (immateriale) che fisica in natura—ma nonostante questo assolutamente reale— fatto che progressivamente lo distinse da molti dei suoi contemporanei, come Budd Hopkins, che sosteneva la realtà fisica degli alieni.

In seguito il suo interesse si estese alla considerazione generale dei meriti di una nozione espansa della realtà, una nozione che consenta esperienze che possono anche non inquadrarsi nel paradigma occidentale del materialismo, ma che comunque cambiano profondamente la vita delle persone. Il suo secondo libro sulle esperienze di incontro con gli alieni, Passport to the Cosmos: Human Transformation and Alien Encounters (1999), era piuttosto un trattato filosofico che collegava i temi della spiritualità e i punti di vista mondiali moderni, costituendo il culmine del suo lavoro con gli "experiencers", le persone che hanno vissuto l'incontro con gli alieni, tema centrale al quale è dedicato il libro.


Fonte Blog Lavinia Pallotta
Fonte Blog Lavinia Pallotta

Budd Hopkins

Budd Hopkins (Wheeling, 15 giugno 1931 – New York, 21 agosto 2011) è stato un pittore e scultore statunitense. È stato anche una figura centrale nel campo dell'ufologia, dove ha effettuato studi su persone che affermano di essere state vittime di rapimenti alieni.

Hopkins si è diplomato nel 1953 nella sua città natale all'Oberlin College, quindi si è trasferito a New York dove ha trascorso il resto della sua vita. Egli è un artista di fama. Le sue opere d'arte si trovano nelle collezioni permanenti di Whitney Museum, Guggenheim Museum, Hirshhorn Museum e Museum of Modern Art; per la sua attività artistica ha ricevuto sovvenzioni dalla Guggenheim Foundation e dal National Endowment for the Arts. I suoi articoli sull'arte sono stati pubblicati in riviste e giornali importanti. Per molti anni ha tenuto lezioni in molte scuole d'arte, tra cui il Truro Center for the Arts a Castle Hill (Fonte Wikipedia)



 

Ricordo quando, circa otto anni fa, incontrai per la prima volta Budd Hopkins, in Francia, ad una convention ufologica europea. Era affiancato da Leslie Kean, sua compagna d’allora e altra icona della scena ufologica internazionale. All’epoca era appena nata la rivista Area 51, diretta da Maurizio Baiata, di cui ero (naturalmente) entusiasta collaboratrice della primissima ora. Non era facile guadagnarsi qualche minuto da soli con loro, presi d’assalto com’erano da colleghi e appassionati – da gente come me insomma – che voleva cogliere l’occasione per fare una domanda al grande Hopkins. Invece la fortuna mi favorì, e scambiai quattro chiacchiere con quello che considero il padre della ricerca sulle abduction, con una certa tranquillità. Ero emozionata. C’era chi sognava di salire sul palco assieme a Billy Idol, io sognavo di parlare di alieni e ibridi con l’autore di “Intruders”, uno dei libri che mi hanno cambiato la vita. Con orgoglio porsi loro una copia di Area 51, spiegando che scrivevo per quella rivista e che mi sarebbe piaciuto intervistare Hopkins, se vi fosse stato tempo. Il tempo non c’era, cinque minuti dopo venne qualcuno a chiamarlo e il mio momento finì, non prima però di aver effettivamente parlato con lui di ibridi e alieni. “Lei è fra i pochi che hanno il coraggio di parlare di abduction senza peli sulla lingua e, soprattutto, è fra i pochi ad affrontare il tema dell’ibridazione umano-aliena”, gli dissi, “Pensa davvero che un giorno la nostra società verrà soppiantata da questi esseri?”. Lui mi guardò con una certa accondiscendenza, uno sguardo lucido e sereno di chi probabilmente si era sentito porre la stessa domanda un milione di volte e non aveva ancora perso la voglia di rispondere. Mi disse che l’argomento ibridi era scomodo per molti suoi colleghi, perché mettere in cattiva luce l’intervento alieno non era considerata una buona politica. Tuttavia, mi disse, buono e cattivo sono concetti relativi. Gli alieni sono semplicemente alieni. Quasi dieci anni dopo lo scontro in materia di abduction è ancora fermo su questo punto: gli alieni fanno il nostro bene, gli alieni fanno il nostro male. Ma questa è un’altra storia. Budd Hopkins è morto il 21 Agosto scorso e su X Times, per ricordarlo, accanto al commento di Maurizio Baiata, abbiamo voluto riproporre un articolo scritto dallo stesso Hopkins e pubblicato per la prima volta diversi anni fa, su Area 51. Trovo che sia un articolo bellissimo (Hopkins scriveva molto bene, era un piacere tradurlo), che mette in luce il suo spirito analitico, il suo pensiero disincantato, ma non fanatico, sui rapimenti, e la sua bella amicizia con un altro gigante della ricerca sulle abduction, John Mack, che considerava l’intervento alieno in modo molto diverso da Budd e, tuttavia, continuò a collaborare con lui. In molti anni di lavoro editoriale ho tradotto e letto moltissimi articoli. Questo che riproponiamo, e che consiglio di leggere fino in fondo, è uno dei miei preferiti. È vero, a mio avviso, che molto spesso si trova più umiltà nei grandi nomi che in quelli piccoli. Nell’ambiente ufologico di umiltà ne trovo francamente ben poca, ma Hopkins mi fece questa impressione e così mi piace ricordarlo, un uomo dai modi semplici, la mente geniale e un immenso coraggio, che ha aperto la strada per lo studio dell’argomento più scomodo, più “proibito”, più screditato in assoluto, che è stato attaccato fino all’ultimo, ma anche enormemente stimato.

 

Lavinia Pallotta

 


Fonte Luogo Comune
Fonte Luogo Comune

Corrado Malanga

 

Non è facile definire Corrado Malanga. Si potrebbe dire che è uno scienziato che studia un certo tipo di fenomeni in una certa categoria di esseri umani, oppure si può dire che è un essere umano che studia una certa categoria di fenomeni in modo scientifico.

 

Nel primo caso, Corrado Malanga studia i casi di coloro che ritengono di essere stati “addotti” da esseri viventi di origine extra-terrestre. Nel secondo caso Corrado Malanga sta curiosando fra le pieghe del tempo e dello spazio, alla ricerca dell’origine dell’uomo e dell’universo.

 

Il tutto avviene, in ogni caso, tramite le sedute di ipnosi regressiva a cui si sottopongono le persone addotte dagli alieni.

 

Chiariamo prima di tutto questo fatto, perchè la naturale diffidenza suscitata da un argomento come questo rischia di ostacolare un sereno apprezzamento del lavoro svolto da Malanga: esistono nel mondo migliaia di persone che ritengono di essere state addotte dagli alieni, e nel loro insieme costituiscono una realtà impossibile da liquidare come semplice fantasia della mente umana. Una quantità notevole di riscontri incrociati, sommati a numerose prove tangibili, permettono oggi di dire che queste persone – nella loro stragrande maggioranza, si intende – abbiano realmente vissuto le esperienze che descrivono.

 

Che poi siano stati rapiti da veri extraterrestri, piuttosto che da pupazzi di Disneyland, rimane da decidere, ma sulla veridicità dei loro racconti è difficile ormai avanzare dubbi.

 

In questo caso poi il fatto di saperne poco rappresenta, paradossalmente, una conferma del fenomeno: la diffusa ignoranza in materia infatti è il risultato preciso, voluto e pianificato ...

 

... di una campagna di disinformazione e occultamento messa in atto dai militari americani a partire dagli anni ’50, su tutto quello che riguarda l’esistenza di esseri extraterrestri.

 

Fu con il Robertson Panel, che risale al 1952, che gli “omini verdi” del Pentagono (ogni pianeta ha i suoi problemi, a quanto pare) decisero che questa realtà andasse nascosta alla popolazione, ed imposero da allora non solo il totale silenzio mediatico sull’argomento, ma anche la sistematica ridicolizzazione di chiunque ne parlasse in pubblico, per ottenere un risultato ottimale. E non si può dire che non ci siano riusciti.

 

In ogni caso, la questione è enormemente complessa, e va affrontata altrove. Qui interessava più che altro stabilire una premessa relativamente solida su cui poggiare il discorso su Malanga, il cui lavoro merita, a mio parere, di essere preso molto seriamente.

 

Chi ci ha rimesso di più infatti, in questo festino permanente di disinformazione, sono proprio gli addotti: mentre chi racconta di “aver visto un UFO” rischia al massimo di sentirsi chiedere se per caso abbia la febbre, chi è stato addotto dagli alieni non pensa nemmeno lontanamente di raccontarlo agli altri, e si ritrova costretto a convivere con questa realtà agghiacciante nella più profonda solitudine.

 

Finchè non scopre Corrado Malanga.

 

Come racconta lui stesso, una ventina di anni fa Malanga fu mandato ad esaminare alcuni casi di abduction, senza saperne assolutamente nulla. Ed infatti, non ci capì assolutamente nulla.

 

Da una parte la naturale ritrosia dei soggetti, dall’altra il suo approccio strettamente scientifico, gli impedivano di trovare una chiave valida con cui impostare il suo lavoro di indagine.

 

Presto gli fu chiaro, di fronte a racconti assolutamente inconcepibili per i normali esseri umani, che doveva prima di tutto allargare il campo dell’indagine ad ipotesi non immediatamente verificabili con metodo scientifico. Se ti chiamano per riparare la diga di Folson non puoi presentarti con la chiave dell’idraulico.

 

“Io volevo studiare gli alieni – dice Malanga – ma mi sono reso conto che prima di tutto dovevo capire come è fatto l’uomo”.

 

Dopo una serie iniziale di esperimenti in doppio cieco, condotti su persone che non si erano mai conosciute fra di loro, Malanga si rese conto che era necessario introdurre nell’ equazione termini come “anima”, “spirito”, o “coscienza”, che non sono quantizzabili in termini scientifici, ma la cui presenza ricorreva in tutte le storie con regolarità impressionante.

 

Per Malanga infatti è centrale il ruolo della coscienza, che è in grado di modificare la nostra percezione della realtà, come dimostrato ormai da anni da un noto esperimento scientifico.

 

Si aprì così per Malanga un mondo vasto e sconosciuto, del quale è venuto scoprendo gli aspetti più reconditi grazie a venti anni di sedute di ipnosi regressiva condotte sugli addotti.

 

Sono loro – o meglio la loro coscienza – a descrivere tutto questo, e lo fanno spesso con una minuzia nel dettaglio scientifico che trascende di gran lunga la preparazione culturale del soggetto esaminato.

 

“Raramente - dice Malanga - senti al bar il calzolaio con la terza elementare che disquisisce sul rapporto spazio-tempo, mentre disegna con disinvoltura su un foglietto la struttura del DNA”.

 

Nasce così una preziosa raccolta di informazioni, che dopo lunghi anni di ricerca Malanga sta finalmente cercando di riordinare in termini scientifici. Rimane la barriera, per ora insuperabile, che impedisce di quantificare gli elementi più “volatili” del fenomeno, di cui Malanga ha percepito l’esistenza.

 

D’altronde, l’introduzione di elementi non verificabili, nella costruzione di una teoria, viene praticata regolarmente dalla scienza. Accade ad esempio che l’astrofisico si accorga che manchi nell’universo, secondo le Leggi di Newton, circa il 90% della massa necessaria al suo equilibrio complessivo, e presupponga quindi l’esistenza di una non meglio definita “materia oscura”, nell’attesa di poterla portare completamente in luce.

 

“Se non facessimo così – dice Malanga – non potremmo nemmeno affermare che l’universo esiste, visto che non possiamo replicarlo in laboratorio”.

 

E’ peraltro affascinante la sensazione costante che offre Malanga di poter ridurre un giorno a sistema matematico quello che la scienza oggi non vuole nemmeno sentir nominare: Dio.

 

Malanga, che si professa rigorosamente ateo, chiama “Dio” il Grande Sistema Cosciente di cui facciamo parte. Viene in mente in proposito il racconto di Edgar Mitchell, che descriveva la sua sensazione estatica nell’osservare lo spazio infinito dagli oblò di Apollo 14: "La prima cosa che mi venne in mente fu un'interconnessione, il fatto che non siamo in un Universo - come dice la nostra scienza - fatto di molecole che rimbalzano una contro l'altra come palline da ping-pong, ma che si tratta di un sistema molto più intelligente e organizzato, di un "sistema organico", in cui le molecole del mio corpo e quelle della navicella spaziale erano dei prototipi realizzati in una remota epoca cosmica."

 

Siamo quindi agli antipodi di Cartesio, che poneva l’osservatore fuori dal sistema osservato, illudendoci di poterlo valutare in termini oggettivi.

 

All’interno del Grande Sistema Cosciente, secondo Malanga, interagiscono da milioni di anni diverse razze di esseri viventi, che abitano diversi pianeti in diversi sistemi stellari.

 

Per quando diverse all’apparenza fra loro, queste razze sembrano avere tutte una matrice in comune, rilevabile dalla forma “umanoide”: testa, tronco, braccia e gambe. Il corpo delle diverse razze varia cioè in dimensioni, proporzioni e aspetto esteriore, ma condivide la stessa struttura fisiologica, intesa come collocazione relativa delle varie parti del corpo.

 

Se condividano poi anche gli aspetti “sottili” dell’essere umano, a noi non visibili, rimane forse la domanda più interessante di tutte.

 

Malanga ipotizza un universo in cui i vettori principali siano quattro: tempo, spazio, energia e coscienza.

 

Mentre i primi tre possono interagire fra loro in tutte le varianti possibili, la coscienza è qualcosa di superiore, trasversale, onnipresente, che pervade e collega tutti gli elementi del sistema, appartenendo a ciascuno in modo specifico, ma restando in qualche modo separata da tutti. “Dio”, appunto, nel Cristianesimo.

 

Se Malanga fosse Padre Balducci, citerebbe a questo punto la recente dichiarazione di Gabriel Funès, direttore dell’osservatorio astronomico della Specola Vaticana (la persecuzione di Galileo, ormai è chiaro, fu solo una grandiosa messa in scena: i migliori telescopi sembra che li abbiano proprio loro): “Si può ammettere l'esistenza di altri mondi e altre vite – ha detto Funès - anche più evolute della nostra, senza per questo mettere in discussione la fede nella creazione, nell'incarnazione e nella redenzione".

 

Malanga però non ama le religioni, e ci ricorda che il termine deriva da res-ligo, ovvero “legiferare”, quindi “mettere sotto controllo”. Malanga invece vuole essere libero di muoversi in ogni direzione, per poter analizzare, classificare e interpretare al meglio i dati ricavati dalle mille sedute di ipnosi regressiva.

 

Ma cosa c’entrano gli addotti in tutto questo?

 

Il bello di Malanga sta proprio qui: in questa “configurazione filosofica” dell’universo non c’è nulla di personale, di gratuito o di casuale. Malanga cerca solo il modo più corretto per ricomporre gli elementi del puzzle che man mano viene raccogliendo nelle sedute con gli addotti.

 

Durante le sedute il soggetto viene lentamente portato ad annullare le funzioni cerebrali del lobo sinistro (quello “razionale”), liberando così letteralmente la voce dell’inconscio, che di solito vive “addormentata” nel lobo destro. Durante l’ipnosi infatti il paziente parla con una voce flebile ed incerta, spesso zoppicante, che denuncia proprio la scarsa abitudine del lobo destro a controllare le corde vocali. Provate a lavarvi i denti con la mano sinistra (oppure con la destra, se siete mancini), e scoprirete l’importanza che ha l’abitudine nel compimento di qualunque funzione fisica.

 

Malanga però non si limita a chiamare “inconscio” ciò che avviene nell’ambito del lobo destro, poichè ha scoperto che questo inconscio è tutt’altro che confuso, ignorante o insensato. E’ semplicemente sconosciuto al nostro “conscio” – la contrapposizione dei due lobi cerebrali è di fondamentale importanza in tutto il lavoro di Malanga - nel senso che noi non siamo in grado di percepirlo razionalmente, ma ha una sua vita completa, indipendente, e pare anche piuttosto interessante.

 

E’ in realtà questa la manifestazione “locale”, nel soggetto esaminato, della coscienza universale di cui sopra. Ed è proprio tramite la “voce della coscienza”, che noi sentiamo attraverso le corde vocali del soggetto, che veniamo a conoscenza di tutte le informazioni che Malanga ha raccolto nel tempo.

 

A sua volta, la coscienza per Malanga non è l'anima. L’ anima è qualcosa che esiste al di là della dimensione temporale, mentre la coscienza di ognuno è un estensione nel nostro tempo-spazio della coscienza superiore, onnipresente ed eterna, che è poi la rappresentazione del Dio dei Cattolici.

 

Il nostro cervello, che funge da semplice “ricevitore” – esattamente come il sintonizzatore di una radio - è sia il mezzo di collegamento con l’anima collettiva che la sede locale della coscienza e della mente.

 

L’interazione di tutti questi elementi avviene in termini puramente quantistici, e produce nella coscienza la percezione del mondo esteriore, che in realtà è solo un ologramma che si attiva in ciascuno di noi nel momento in cui ne riconosciamo l’esistenza.

 

In modo molto meno sofisticato lo stesso concetto viene espresso da una delle razze più antiche sulla terra, quella degli aborigeni australiani, che chiamano il mondo fisico in cui viviamo “dreamworld”, “il mondo sognato”.

 

Tutto quanto sopra non significa in alcun modo che Malanga si serva degli addotti in modo cinico, o comunque egoistico, sia chiaro. Accedendo alla “memoria profonda”, le sedute servono prima di tutto al soggetto per ricostruire quello che è avvenuto durante la abduction, che gli alieni evidentemente riescono a cancellare dalla sua memoria a breve termine. Gli addotti infatti si ritrovano di solito “depositati” da qualche parte, completamente disorentati, con un buco temporale che li angoscia e che cercano disperatamente di colmare.

 

Schopenhauer diceva che il folle è l’uomo che abbia perso la memoria.

 

Quello che rimane sul tavolo di Malanga, alla fine di queste sedute, sono tanti curiosi pezzi del puzzle universale, che a quel punto solo un’ameba con la meningite rinuncerebbe a volere ricomporre.

 

D’accordo, si dirà, ma di preciso cosa vogliono da noi gli alieni? Perchè ci rapiscono, e poi ci “restituiscono”, cercando nel frattempo di farci dimenticare quello che è successo?

 

Qui si apre una serie di tematiche complesse e delicate, che Malanga sta ancora cercando di definire, e che possono essere affrontate solo dopo aver conosciuto meglio il lavoro da lui svolto fino ad oggi.

 

Nel frattempo lo ringraziamo per lo sforzo immenso – e non privo di rischi, a questo punto - che sta compiendo al posto di una intera comunità scientifica che continua codardamente ad ignorare tutto ciò che non sa spiegare, vanificando in questo modo la funzione stessa della scienza. E forse anche la finalità ultima della nostra esistenza terrena.

 

Massimo Mazzucco